E’ la festa della luce: la Candelora, come si intuisce dal nome di quest’antichissima tradizione popolare, infatti, allontana con il chiarore delle candele il rigore dell’inverno, ma, in ambito cristiano, ricorda la presentazione di Gesù al tempio, evento che la Chiesa ricorda il 2 febbraio.

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Icona della Presentazione al Tempio di N.S. Gesù Cristo, offerta da don Giacomo Tuoto alla parrocchia di S. Michele Arcangelo in Cariglio per la chiesetta di Santa Maria.

L’icona è stata realizzata dall’iconografa MIRELLA MUIA

La Candelora celebra la Presentazione di Gesù al tempio. Nei vangeli si legge: “ … portarono il Bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore ” (Lc.2,21-24). Questa festa cominciò ad essere celebrata in Oriente con il nome di “Ipapante” cioè “Incontro”: Dio incontra l’uomo e l’uomo incontra Dio e, incontrando Dio, incontra gli altri uomini nella pace e nella gioia. Nel sec. VI si estese in Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Gallia con la solenne benedizione e processione delle candele e per questofu detta candelora.

La Presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie e, con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone (Lc. 2,33-35) apre il cammino verso la Pasqua.

La Candelora, dunque, si caratterizza come festa delle luci e dell’incontro (Lc. 2,30-32) e, in quanto tale, è una celebrazione di grande attualità dai risvolti suggestivi.

Infatti, l’uomo di oggi, nel tempo delle comunicazioni più vertiginose, è sempre più solo. Non solo incontra poco l’altro, ma, molto spesso, si scontra con l’altro. Allo stesso modo, la nostra civiltà, anche se non conosce la notte per la luce artificiale sempre più abbondante, sembra essere come un uomo solo nelle tenebre: smarrita e senza meta.

La Candelora, festa delle luci e dell’incontro, è, dunque, un’occasione preziosa per risvegliare e assecondare la voglia di bene e per crescere come famiglia umana edificata sulla pace.

altro:

Quando vien la Candelora
dall’inverno semo fora,
ma se piove o tira vento,
nell’inverno semo dentro.

 

C’è qualcuno che ricorda che il due di Febbraio si festeggia la Candelora?
Il mondo agreste, ormai lontano dalla nostra vita cittadina, concentrava in questo mese i riti di purificazione: si accendevano e benedivano i ceri che tenuti nelle case si riteneva tenessero lontano gli spiriti maligni, con quella scintilla di luce che ricordava il Sole, l’Essere Superiore. E maligno poteva davvero essere l’Inverno se decideva che Febbraio, come qualcuno lo definisce, dovesse essere mese “corto e amaro”.

I Romani
Ma Febbraio era pure l’ultimo mese che chiude ritualmente il vecchio anno, in quanto al tempo dei Romani il nuovo anno iniziava a Marzo, quando all’Equinozio di Primavera, tutto il Mondo pareva ridestarsi. Dunque era nel mese precedente che andavano effettuati i riti di espiazione e purificazione per propiziare la fertilità che si sperava seguisse e che era indispensabile a tutti gli esseri viventi!
Le donne, durante il rito della februatio (festeggiamenti in onore del dio Februo, protettore contro pestilenze e demoni) scendevano in strada con dei ceri accesi, inoltre a febbraio si svolgeva una delle feste religiose più importanti, quella dei Lupercalia, in onore del dio della fertilità Lupercus, protettore del bestiame e delle messi.
I Lupercalia venivano celebrati nella grotta detta Lupercale, sul colle Palatino, dove secondo la leggenda, erano stati allattati da una lupa Romolo e Remo. Qui due ragazzi, segnati sulla fronte con sangue di capra sacrificata, asciugato poi con della lana intinta nel latte sempre di capra, indossavano le pelli degli animali immolati e parte di esse, fatte a strisce, le usavano come fruste, correndo intorno al colle in senso antiorario (lo stesso della fondazione della città) per colpire tutti coloro che incontravano, in particolare le donne che volontariamente si offrivano per purificarsi ed ottenere la fecondità.
Con i rituali del mese di febbraio, tutto era pronto per affrontare il nuovo anno: la città e i suoi abitanti erano stati purificati, il cibo quotidiano era pronto (c’era la messa a consumo del farro), era stata invocata la protezione degli antenati per controllare le forze malefiche.

I Celti
Grandi amanti della Natura, a febbraio, i Celti festeggiano Imbolc, che significa “in grembo”, riferito alla gravidanza delle pecore; tale festa è uno dei sabbat, una delle otto tappe significative lungo il corso dell’anno. Originariamente era una festività irlandese che si celebrava il primo di febbraio, data spostata al due di febbraio forse per contaminazione con la Candelora. E’ la festa della luce, che si manifesta con l’allungamento della durata del giorno e la speranza dell’arrivo della primavera e della fertilità. Anche presso i Celti c’era l’usanza di accendere molte luci all’interno della casa.

I Cristiani
I riti agresti del bacino del Mediterraneo furono assorbiti da quello ebraico-cristiano di purificazione, infatti il due di febbraio si celebra la Presentazione al Tempio di Cristo (definito “luce per illuminare le genti” dal vecchio sacerdote Simeone). La festa è anche detta della Purificazione di Maria, in quanto, secondo la legge giudaica, la donna era ritenuta impura dopo il parto di un maschio e doveva recarsi al Tempio per purificarsi al quarantesimo giorno dalla nascita del figlio (abbiamo già visto su Case&Condomino, dicembre 2005, come la data di nascita di Gesù, fissata al 25 dicembre, sia stata stabilita nel IV secolo, in mancanza di notizie in proposito). Dunque, se si sommano 40 giorni a partire dal 25 di dicembre, si arriva al 2 di febbraio.
Infine è con papa Gelasio (492 – 496) che furono abolite le feste dei Lupercalia e la Februatio e fu inserita la Candelora.
A Roma, durante questa festa, nel Medioevo, si compiva una lunghissima processione, che partiva dalla chiesa di Sant’Adriano (l’antica e successivamente ripristinata Curia, dove si riuniva il Senato dell’antica Roma) per arrivare fino alla basilica di Santa Maria Maggiore, mentre all’interno di San Pietro il Papa benediceva le candele fine e lunghe poste sull’altare.

Curiosità
La Candelora in alcuni luoghi viene chiamata “Giorno dell’Orso”, in quanto in questo particolare giorno l’orso si sveglierebbe dal letargo e uscirebbe fuori dalla sua tana per annaspare con il muso in aria com’è il tempo e valutare se sia il caso di uscire fuori!
Per gli Americani, invece, il due febbraio è il “Giorno della Marmotta”, che esce o meno dalla tana, per sentire se sta arrivando la primavera, a seconda dell’andamento della stagione metereologica.
In Francia la Candelora è conosciuta per essere il giorno delle crepes.

Sembra che stiamo narrando favole lontane anni luce da noi!
Eppure il Pascoli agli inizi del novecento, in una gelida giornata invernale notava: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico, io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole…” Sentire il profumo del primo fiore, in un’ agghiacciante giornata, forse quando stiamo nel buio della nostra esistenza, è già sintomatico della voglia di vivere. Allora le antiche tradizioni, fatte di quei riti di cui l’intelligente uomo moderno non sa cosa farsene, non sono poi così lontane dal mondo del terzo millennio, anche oggi il gelo della natura e le difficoltà del vivere fanno tremare, ma va sempre tenuta accesa la luce nel nostro cuore, serve per ricordarci che le giornate si allungheranno, e allora bisogna prepararsi, perché quando meno ce lo aspettiamo siamo chiamati alla vita.

…e altro ancora

CRISTO
Luce delle Genti

“Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.” (Lc 2, 22-24)

È questa la scena centrale rappresentata quest’anno nel presepio della basilica dei Santi Bartolomeo e Gaetano, che state ammirando, sovrapposta alla scena tradizionale della natività.
La presentazione di Gesù al tempio, quaranta giorni dopo la nascita, è ricca di grandi significati perché sottolinea anzitutto la sua appartenenza al popolo di Israele e, in prospettiva, il compimento delle promesse fatte attraverso i profeti.
Il suo ingresso nel tempio, poi, rende questo luogo non solo un simbolo della presenza divina, ma la vera dimora di Dio che viene a salvare il suo popolo. In Oriente i cristiani chiamano questa la “festa dell’incontro”, perché Dio nel tempio viene incontro al suo popolo.
Con il suo Natale, il Figlio di Dio è realmente entrato nella storia dell’umanità per unire gli uomini con Dio e tra di loro.
Ad accoglierlo sono alcuni anziani ebrei che misteriosamente riconoscono nel bambino il Messia atteso.

“Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo
giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito
Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che
non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.

Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori
vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a
suo riguardo, anch ‘egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio,
dicendo: Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace,

secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele.”
(Lc 2, 25-32)

Le parole del santo vecchio Simeone hanno dato il nome tradizionale alla festa della Presentazione del Signore, che si celebra ogni anno il 2 febbraio, a quaranta giorni dal Natale: la “Candelora”. In quel giorno i fedeli entrano in chiesa con una candela accesa e cantano a Cristo luce delle genti e gloria di Israele. Anche in questa basilica la festa della Presentazione del Signore è celebrata solennemente perché in questo giorno viene venerata l’immagine della Beata Vergine del Suffragio, capolavoro del pittore bolognese Guido Reni, collocata abitualmente sopra 1’altare del Santissimo Sacramento, e che ora domina la scena del presepio, dove la statuina della Madonna ne riproduce le sembianze.

Nel presepio, l’altare è diventato il tempio di Gerusalemme e agli antichi sacerdoti si uniscono i canonici del Capitolo di San Bartolomeo e della Cattedrale durante il rito della Candelora.

Insieme con loro ci sono i rappresentanti di tutte le Chiese cristiane d’Oriente e
d’Occidente: il patriarca di Costantinopoli e quello di Mosca, un vescovo anglicano, un prete copto e un pastore protestante.

“C’era anche una profetessa, Anna, molto avanzata in età.
Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con
digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei
a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la
redenzione di Gerusalemme.”
(Le 2,36-38)

La scena della Presentazione al tempio SI allarga ad altri personaggi che indicano le conseguenze del Natale e dell’incontro degli uomini con Dio, secondo quanto dice l’apostolo Paolo in un bellissimo testo della lettera agli Efesini:

“Cristo è la nostra pace, colui che ha fatto degli ebrei e dei
pagani una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva,

cioè l’inimicizia … s s (cfr Ef 2, 14)

alludendo al muro nel tempio di Gerusalernrne che separava gli Israeliti .da tutti gli altri.

Qui, nel presepio, il muro si sta sgretolando per lasciare entrare i rappresentanti dei popoli e delle religioni della terra: maya, indu, buddisti tibetani, arabi musulmani, pellerossa, animisti africani, maori. Così anche noi siamo portati non solo a capire il senso pieno del Natale, ma anche a diventarne protagonisti perché facciamo parte di coloro che sono entrati per grazia nell’unico popolo dei redenti, la Chiesa di Dio, chiamati ad abbattere ogni inimicizia tra i popoli per vivere come figli di Dio e amarci come fratelli.

il ns Ordine celebra una funzione religiosa

Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che è la vera luce.

 

La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1, 9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1, 78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno.
La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1, 9) è venuta.

Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente.

 

 


Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, è la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene.

Dai «Discorsi» di san Sofronio, vescovo
(Disc. 3, sull’«Hypapante» 6, 7; PG 87, 3, 3291-3293)