Lessico03_Lorenzo_Monaco_Pieta_1404_particolare

Pie pellicane Jesu Domine

Gesù Signore pellicano amoroso
di San Tommaso d’Aquino

Tabernacolo dell’altar maggiore del Duomo di Valenza (AL)
databile non prima del XVII secolo

Testo di Elio Corti
Revisione di Fernando Civardi
Revisione delle traduzioni di Roberto Ricciardi
Consulenza ornitologica di Giovanni Boano

Riassunto

Possiamo presumere con quasi assoluta certezza che San Tommaso d’Aquino, o colui che in sua vece scrisse l’Adoro te devote, non ebbe la possibilità di far riferimento al pellicano e nemmeno all’avvoltoio femmina (d’ora in poi avvoltoia) così come sono presentati nei Geroglifici di Orapollo (il pellicano è un mentecatto, l’avvoltoia è la misericordia materna), in quanto quest’opera grazie a Cristoforo Buondelmonti giunse in Europa, e precisamente a Firenze, solo nel 1422, quindi dopo circa 158÷98 anni da quando l’inno eucaristico era stato composto. Lo rimarchiamo: per Orapollo il pellicano simboleggiava un mentecatto, o scemo di cervello, mentre simbolo di misericordia materna era l’avvoltoia.

Ai tempi di San Tommaso erano invece disponibili numerosi bestiari oltre al Fisiologo, un’opera fondamentale la cui datazione oscilla fra il II e il III secolo dC in cui, come nel commento redatto da Sant’Epifanio nel IV secolo dC, si parla del pellicano come di un uccello assai affettuoso verso i propri pargoli, tanto che la madre, a forza di baciarli, li fa morire ferendoli col becco. Dopo tre giorni, tanto come quelli intercorsi fra la morte e la resurrezione di Cristo, giunge il pellicano padre che percuotendosi il fianco ne fa scaturire sangue che, istillato sulle ferite dei pulcini defunti, li fa rivivere. Fu facile per i Padri della Chiesa tracciare un’analogia tra il sangue vivificante fluente dal fianco del pellicano e ciò che accadde grazie alla ferita inferta da una lancia al fianco di Gesù ormai morto sulla croce: subito ne uscì sangue e acqua (Giovanni XIX,33), facendo così risorgere il genere umano dalle tenebre del peccato che sono la morte dell’anima.

Già nel XII secolo – quindi almeno cent’anni prima dell’Adoro te devote – gli iconografisti raffiguravano il pellicano con le fattezze di un avvoltoio, e precisamente del capovaccaio, oppure del gipeto, anticamente considerato a ragion veduta un’aquila, ambedue col collo impiumato. Solo il gipeto possiede una barbetta che, forse perché piccola, viene omessa nell’iconografia medievale. Tuttavia in queste raffigurazioni è assente un’altra caratteristica morfologica più saliente in grado di farci escludere che possa trattarsi di uno degli altri due avvoltoi, il grifone e l’avvoltoio monaco, in quanto hanno il collo nudo e dotato di un’evidente anello di piume alla sua base.

È ovvio che questi iconografisti non erano tenuti ad avere una preparazione ornitologica accurata quanto quella dei naturalisti, e non solo riguardo a una barbetta come quella del gipeto, se ancora nel 1555, col supporto di fondati motivi, in ornitologia si identificava il nostro pellicano col nome di onocrotalo e l’attuale spatola con quello di pellicano. Solo agli inizi del 1600 si cominciò a omologare onocrotalo e pellicano, finché Linneo battezzò il pellicano bianco Pelecanus onocrotalus.

Come sopra è stato accennato, i Geroglifici di Orapollo giunsero in Europa nel 1422. In quest’opera si afferma che l’avvoltoio indica la misericordia materna: “Imperoche in tutti li giorni cento, i quali spende solamente per nudrire i suoi figliuoli, non vola quasi mai: e se per sorte gli mancasse il cibo per allevarli, accioche non periscano di fame, impiagatosi la propria cossa gli dà a succhiare il sangue.” Ma possiamo escludere con quasi assoluta certezza che l’avvoltoia di Orapollo – che esprime appieno quanto è visibile sulla porta del tabernacolo dell’altar maggiore del Duomo di Valenza – sia servita da spunto per le raffigurazioni sacre. Infatti pellicani vestiti da avvoltoio sono già rintracciabili nell’iconografia del XII secolo quando il testo dei Geroglifici era ancora ignoto.

Il motivo per cui il pellicano già nel XII secolo veniva rappresentato come avvoltoio potrebbe essere duplice. In primo luogo, nel commento al Fisiologo di Sant’Epifanio il capitolo dell’avvoltoio (che semplicemente digiuna per 40 giorni, pari alla Quaresima, per poi rimpinzarsi) precede quello del pellicano, rispettivamente capitolo VII e VIII, per cui gli iconografisti hanno fatto di ogni erba un fascio e per non scervellarsi più di tanto hanno omologato i due uccelli.

Secondo motivo – e qui potrebbe risiedere il vero – gli iconografisti dovevano essere a conoscenza di quanto affermato per esempio da San Basilio (Homiliae in Hexaemeron VIII De volatilibus et aquaticis Περὶ πτηνῶν καὶ ἐνύδρων) e da Sant’Ambrogio (Hexaemeron libri sex V,20 Vultures), che cioè la Vergine Maria era paragonabile a un’avvoltoia in quanto, come questo volatile, concepì senza copula alcuna, affidandosi unicamente al Vento, allo Spirito Santo, così come il vento rendeva gravide le avvoltoie, che oltretutto partorivano solo femmine. Un’avvoltoia non può generare un pellicano, altrimenti Maria, l’avvoltoia per antonomasia, se avesse partorito un pellicano anziché un avvoltoio, stavolta maschio, avrebbe fatto crollare miseramente la sua sudditanza a Dio, avendo preferito un pellicano a Lui.

Rimane il fatto che non sappiamo se San Tommaso, o chi per esso, si sia riferito al falso pellicano dell’iconografia del XII secolo oppure al vero pellicano, o magari alla spatola. È assai verosimile la prima ipotesi, visto che l’iconografia fasulla mirò a estinguersi verso la fine del XVII secolo. Ecco allora che il falso pellicano del tabernacolo dell’altar maggiore del Duomo di Valenza, databile non prima del XVII secolo, così come quello di moltissimi altri tabernacoli, trovano la loro piena giustificazione: una licenza iconografica dovuta verosimilmente a pressanti imposizioni religiose connesse alla prole dell’avvoltoia per antonomasia, la Madonna.

Primum movens

Strano a dirsi, ma l’incipit per questa ricerca è una sigaretta che il mio vicino Attila – alias Massimo Lenti – è venuto a fumare in mia compagnia prima di salire sul mio trattore per rasare a zero l’erba non solo della sua proprietà: emulo e invidioso del re degli Unni, doveva rasare a zero anche quella della mia tenuta. Una parola tira l’altra e così mi dice che due giorni prima, domenica 22 giugno 2008, mentre stava godendosi la doccia dopo un’ennesima incursione alla Attila sul tappeto verde, finalmente riusciva ad appurare chi lo stava disturbando facendo ripetutamente squillare il suo campanello: erano i testimoni di Geova, che scacciava in malo modo.

Al che mi sovviene che anch’io scacciai in malo modo due giovani ragazze infatuate di Geova. Si era intorno al 1970 e una sera trovo nella sala d’attesa del mio ambulatorio due ragazze che chiedono di entrare, non per farsi visitare, ma per parlarmi. Si presentano, espongono il motivo, io accetto di disquisire sulle trasfusioni di sangue da loro tanto aborrite, altrettanto aborrite da noi medici quando ci troviamo nell’urgente necessità di salvare la vita a un Geoviano e costui, o il suo clan di parenti e conoscenti, si oppone, scatenando tutte le implicazioni medico legali che ne derivano, specie nel caso di morte del paziente.

A un certo punto mi si affaccia alla memoria che in natura c’è chi usa il sangue per nutrire i suoi piccoli (stranamente scotomizzo le sanguisughe, che col sangue nutrono se stesse) e così invito le due interlocutrici a recarsi all’altar maggiore del Duomo di Valenza e a osservare a cosa ci si appiglia per aprire il tabernacolo: al collo di un pellicano. Sì, perché Gesù fu paragonato a un pellicano amoroso – Pie pellicane Jesu Domine – che col suo sangue ci purifica da ogni peccato, così come quell’uccello grazie al suo sangue riporta in vita i suoi pargoli. Al che la due baldanzose divennero ancor più baldanzose snobbando in malo modo questa trovata ornitologica: paragonare Cristo a un pellicano! Roba da matti! Soprattutto un Cristo che si becca il petto fino a farlo sanguinare per salvare noi poveri peccatori che non meritiamo neanche una trasfusione di sangue.

Se il mio tono era stato sempre conciliante, a questo punto si ruppe l’incantesimo e scacciai in malo modo le interlocutrici, così come aveva fatto Attila, che però non era caduto nel tranello di una conversazione. Che fessacchiotte, pensai. Se solo avessero avuto propensione al colloquio, da lì a poco avrebbero scoperto che il pellicano non si becca il petto fino a farlo sanguinare, pare invece che la sua pappagorgia diventi iperemica nel periodo degli amori o della riproduzione, per cui, vedendolo da lontano, gli antichi pensavano che stesse sanguinando mentre se ne stava nel nido coi pulcini.

Ciò però non è assolutamente vero, come non è assolutamente vero che fosse il pellicano a ferirsi per resuscitare i piccoli. Sembra che fosse l’avvoltoio, ovviamente l’avvoltoia, che inoltre generava per partenogenesi. Solo oggi – 5 luglio 2008 – grazie a Elisa, figlia di Attila, ho potuto appurare che la porta del tabernacolo del Duomo non mostra un pellicano, bensì un’avvoltoia o chi per essa, e che questa falsa iconografia si è tramandata nei secoli.

Quand’ero bambino avevo acquisito – non ricordo da chi – la leggenda del pellicano autolesionista correlata al Pie pellicane Jesu Domine, ma non mi ero mai peritato di verificare chi fosse effettivamente l’uccello del tabernacolo. Per me era un pellicano, come quello contenuto nelle ostie salvaguardate dalla porticina del tabernacolo. Né mi ero mai chiesto se San Tommaso d’Aquino, o chi per esso, nel comporre l’Adoro te devote, avesse fatto riferimento a un pellicano oppure a un avvoltoio.

Oggi, dopo l’analisi del tranello che l’avvoltoia rappresenta per il dogma dell’Immacolata Concezione, oltre che per intricati motivi linguistici, mi vien da pensare che siccome alcuni Padri della Chiesa paragonavano la maternità di Maria a quella dell’avvoltoia, che secondo la tradizione era partenogenetica, fosse d’obbligo raffigurare il pio pellicano come un avvoltoio. Altrimenti Maria si era fatta ingravidare da un Pelecanus onocrotalus se poi Cristo avesse assunto le sembianze del nostro pellicano. E c’è di più: come ho scritto disquisendo sul vero sesso posseduto da Cristo, Maria generò non un avvoltoio, bensì un’avvoltoia, che si becca il petto per nutrire o per salvare i suoi piccoli.

Fortunatamente le due Geoviane non possono leggere queste affermazioni. Assolderebbero un killer pur di farmi tacere. Che sciocche! E cosa pensano di Dio che ha inventato le sanguisughe, Hirudo medicinalis, grazie alle quali ho salvato parecchi pazienti? E che dire di altre due sue invenzioni ematofaghe, il vampiro comune (Desmodus rotundus Geoffroy, 1810) e il vampiro dell’Amazzonia (Diaemus youngi Jentink, 1893)? E che dire delle femmine del pappataci (Phlebotomus papatasii) e della zanzara (Culex pipiens)? Sono delle ottime mamme create da Dio: garantiscono la vita alla futura prole mettendo a rischio la propria quando succhiano il sangue di vertebrati o di invertebrati col solo scopo di deporre uova come Dio comanda! È semplicemente una grande bagarre. Basta impuntarsi e ciò che è naturale e liscio diventa innaturale e abrasivo più della carta vetrata.

Primissimum movens

Il vero primum movens non è stata una sigaretta fumata con Attila, bensì il pollo. Strano a dirsi, ma le cose stanno proprio così. Avevo soprasseduto per anni a un errore di D’Arcy Wentworth Thompson (A Glossary of Greek Birds 1895), scozzese protestante, ripreso da Filippo Capponi (Ornithologia Latina 1979), ex seminarista, secondo i quali l’avvoltoia era assurta a simbolo dell’Immacolata Concezione di Maria. Non volevo addentrarmi in questo terreno minato, anche se l’errore dei due studiosi è lapalissiano: l’avvoltoia è l’equivalente della partenogenesi di Maria, in quanto il dogma dell’Immacolata Concezione sancisce tutt’altra cosa, e precisamente che Maria fu concepita da Sant’Anna e da San Gioacchino senza ereditare da Adamo ed Eva il peccato originale, quello che a noi cattolici viene cancellato dal battesimo.

Ma, traducendo il pollo di Conrad Gessner, ecco che a pagina 422 di Historia animalium III (1555) egli cita San Basilio il Grande a proposito delle uova ventose o sterili. Infatti Basilio afferma che gli avvoltoi, a differenza di altri uccelli, depongono uova ventose estremamente fertili senza dover ricorrere assolutamente al coito: “Auctor est in Hexaemero Magnus Basilius, subventanea ova in caeteris irrita esse ac nova, (vana,) nec illis fovendo quicquam excuti: at vultures subventanea fere citra coitum progignere fertilitate insignia – San Basilio il Grande scrive nelle sue Omelie sui sei giorni della creazione che negli altri uccelli le uova ventose sono sterili e insolite (vuote), e che scaldandole non ne può scaturire alcunché: ma che invece gli avvoltoi depongono delle uova ventose estremamente fertili assolutamente senza il coito.”

Oggi San Basilio inorridirebbe al sapere che la partenogenesi è stata documentata sia per le uova di gallina che di tacchina, ma non ancora per quelle di avvoltoia. A differenza di quanto accadde per Maria, abitualmente per l’avvoltoia ci vuole l’intervento di un maschio, e così dicasi per la tacchina e la gallina. Nella tacchina e nella gallina è tuttavia ammessa la partenogenesi dovuta a poxvirus o ad altri virus. Qualcuno si chiederà se per partenogenesi nascono solo galletti e tacchinotti oppure galline e tacchinelle. Nascono solo dei maschi, ma non per intervento divino come nel caso di Cristo. Negli uccelli i maschi sono omozigoti per il cromosoma sessuale Z – corredo ZZ – mentre le femmine hanno un corredo ZW, quindi l’opposto di quanto è documentabile nell’essere umano, dove le femmine sono XX e i maschi XY. E gli embrioni partenogenetici ZZ sono vitali, mentre gli embrioni WW – anch’essi partenogenetici – non sono vitali, nonostante possano quasi essere etichettati come superfemmine.

Ecco dunque da dove aveva preso il via la bagarre che affronteremo: non da una sigaretta o dal tabernacolo del Duomo di Valenza, bensì dalle uova ventose o sterili delle galline, contrapposte a quelle fertili delle avvoltoie ingravidate dal vento, tanto come accadde non per l’Immacolata Concezione, ma per la partenogenesi di Maria madre di Gesù, nato per opera del Vento Sacro, lo Spirito Santo.